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Le decisioni di fine di vita e il paziente anziano
Scritto da Gruppo di Ricerca Geriatrica di Brescia   
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Le decisioni di fine di vita e il paziente anziano
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E’ necessario che i medici e gli operatori sanitari che assistono le persone anziane riflettano in modo sereno e severo sul tema della morte, che rappresenta un momento fondamentale del rapporto di cura, avendo coraggio di riprendere temi come pietà, compassione, fedeltà che sembrano banditi dalle valutazioni antropologiche e sociologiche, le quali –da sole- non riescono a delineare la profondità del rapporto medico-paziente.
Vi è quindi anche il dovere di affrontare criticamente gli aspetti clinici ed assistenziali che caratterizzano i tempi ultimi della vita di ogni persona, riconoscendone la delicatezza e la complessità. La geriatria ogni giorno si confronta "naturalmente" con questi temi.
Il contributo che vorremmo dare al dibattito è quindi scevro della drammaticità di condizioni particolari, ma allo stesso tempo attento alla diffusione della problematica e alle ricadute su larga scala di qualsiasi posizione, che dovrà essere espressa con grande prudenza. Non si deve diffondere tra gli anziani il timore per dibattiti che li riguardano senza che possano esprimere un parere o anche soltanto la loro preoccupazione per il futuro.


Doveri e limiti della professione medica
Il "privilegio della responsabilità" del quale siamo portatori consiste soprattutto nel coraggio di esercitare una fedeltà al paziente concreta e non paludata, alla ricerca di una medicina che consideri realisticamente l’individualità storica della persona come complemento indispensabile degli elementi che definiscono la dimensione clinica della persona, anche ottenuta con i mezzi più sofisticati che la scienza mette oggi a disposizione (la genetica, l’imaging funzionale, ecc.).
La fedeltà al paziente si realizza anche nello sgomento di fronte alla morte; la fine di ogni speranza induce movimenti del cuore e della mente che la scienza non può lenire.
Per questa ragione nessuna legge, regolamento, organizzazione clinico-assistenziale potrà rompere il legame di fedeltà. Questo sentire si tramuta in un impegno perché l’assistenza nelle fasi finali della vita segua criteri che fanno convivere qualificati aspetti clinici con la comprensione e la vicinanza a chi soffre.
Dobbiamo sempre garantire la nobiltà e la dignità dell’ammalato, anche quando la morte è imminente; la pulizia della persona, la cura dei bisogni elementari, il controllo dei sintomi più disturbanti, l’attenzione ai rapporti con la famiglia sono compiti da esercitare sempre nell’ospedale, nelle residenze collettive, al domicilio.

Una discussione sulle decisioni di fine vita non deve trascurare aspetti dello scenario umano e culturale -incerto e spesso contraddittorio- nel quale oggi ci si muove rispetto a questi problemi.
E’ possibile delineare una serie di antinomie che caratterizzano il dibattito:

  • razionalità e sentimenti,
  • medicina basata sulle evidenze e mondo reale,
  • persona verso organismo,
  • individuo verso genere,
  • vita verso quantitativo biologico,
  • promesse della scienza verso difficoltà quotidiane.

Molti altri potrebbero essere gli spunti per indicare le incertezze del nostro tempo, che non inducono ad una presa di coscienza semplice sui problemi di fine vita, perché ogni aspetto ha diverse prospettive e punti di vista non conclusivi.
E’ quindi difficile creare modelli di comportamento definitivi; però si deve tendere verso questo obiettivo, perchè il dovere di curare impone di compiere scelte precise.
Proprio questa ricerca di una strada percorribile impedisce il ricorso a polemiche di basso profilo, come se scelte diverse dalle nostre fossero dettate solo da motivazioni utilitaristiche o egoistiche.
Non cancelliamo dalla lettura della realtà i comportamenti disumani; non è però solo attraverso una loro critica che si arrivano a compiere atti di alto livello.
Vi è il rischio che alcune decisioni vengano assunte –anche a livello inconscio- sotto la pressione di problemi extraclinici, sia a livello di sistema che delle singole situazioni personali.
Riaffermiamo però l’impossibilità di affrontare i grandi temi partendo da situazioni che esprimono le patologie sociali; le decisioni devono mirare alla definizione di comportamenti che si ispirano a profonde motivazioni etiche.
Allo stesso modo è semplicistico ipotizzare una soluzione dei problemi riguardanti la fine della vita solo affermando il dovere di lenire il dolore o la dispnea, ancora una volta limitando il dibattito ad aspetti specifici, per quanto di grandissima importanza clinica ed umana.
Riconosciamo che vi sono purtroppo situazioni diffuse di abbandono, di solidarietà mancate, di attenzioni cliniche non esercitate (si pensi alla cura della depressione), o –al contrario- di eccessi soprattutto diagnostici, sia a livello professionale che della relazione, per cui un richiamo a questi aspetti centrali dell’atto di cura è rilevante nell’analisi del rapporto tra medico e paziente nelle fasi terminali della vita.


 

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